La nuova legge sul copyright: prima e dopo, chi vince e chi perde

La nuova legge sul copyright: prima e dopo, chi vince e chi perde

Con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni, lo scorso 12 settembre il parlamento europeo ha approvato la direttiva UE sul copyright. Ma si tratta veramente di mettere fine a quello che è stato definito “Far West Digitale”? Oppure, come invece sostengono diversi esperti, tra cui Tim Berners Lee, il creatore del world wide web e Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, è un modo per “sorvegliare e controllare gli utenti in maniera automatizzata”?

Prima di fare chiarezza su cosa comporterebbe la legge sul Copyright, se venisse definitivamente approvata, ripercorriamone alcune tappe.

Agli albori del World Wide Web

Intorno all’anno 2000, non c’era ancora grande attenzione alla diffusione dei contenuti degli editori, perché online si trovavano soprattutto magazine realizzati ad hoc. Google non aveva preso il sopravvento e Facebook era forse solo nella testa del suo ideatore. Chi scriveva per questi magazine digitali, doveva necessariamente attingere spesso le informazioni dalle riviste cartacee. E bisognava stare molto attenti a citare le fonti e a non copiare, anche allora, perché altrimenti si rischiava grosso. Il contenuto doveva essere attendibile e originale.

La prima legge sul Copyright

Nel 2001 viene presentata dal Parlamento Europeo la prima legge sul Copyright in epoca digitale, per proteggere la proprietà intellettuale riguardo l’uso di loghi, immagini e testi.

Dopo 17 anni dalla legge sul copyright e varie discussioni e vicissitudini, il parlamento europeo, approva la direttiva per l’aggiornamento delle regole d’autore nella UE.

Il perché della legge sul Copyright

Quello che a prima vista emerge dallo scenario contemporaneo, è che oggi tutti sfruttano i contenuti dei giornali online; la condivisione delle informazioni, inoltre, è spesso oggetto di un saccheggio selvaggio da parte delle piattaforme e degli utenti. E di qui le ragioni fondanti di una legge del genere, che tutela i contenuti delle case editrici più importanti.

Grazie alla legge, infatti, gli editori faranno pagare anche le anteprime degli articoli e le descrizioni che compaiono in Google News o su Google Search.

Come guadagnano con il web i grandi editori? Con la pubblicità

Google News, l’aggregatore di notizie più usato al mondo, come già accaduto in Spagna, smetterà di esistere, causando, di fatto, pochi danni a Google inc. Saranno, invece, principalmente gli Editori più piccoli a subire un grande decremento degli introiti pubblicitari.

Con l’approvazione della riforma, poi, soprattutto per quanto concerne gli articoli 11 e 13, gli editori faranno pagare tutte le anteprime e i link sul web a chi li utilizza a scopi commerciali.

Gli utenti che li diffondono, invece, dovrebbero essere esenti dal pagare quella che è stata definita la Linktax. La legge sul Copyright, però, sembrerebbe un po’ come un “cane che si morde la coda”. Il perché è presto detto.

Se da un lato gli editori lamentano la flessione economica derivata dalla condivisione libera e gratuita delle notizie, dall’altro i link su Google & Co. rimandano ai loro portali incrementandone gli introiti pubblicitari. Del resto, è da anni che testate come repubblica.it, Il fatto quotidiano o Il corriere della sera, solo per citarne qualcuno, propongono anteprime “free” ma articoli online a pagamento, basati su abbonamenti digitali.

Il modello Facebook

Discorso diverso per Facebook, che ha i suoi accordi commerciali con le grandi testate online (come gli Instant articles), in base ai quali sono gli editori a condividere i link ai loro contenuti direttamente nella piattaforma. Un modello diverso, quindi, dall’aggregatore di notizie. Wikipedia, invece, come chiarito negli emendamenti, in quanto rientrante in un progetto di conoscenza condivisa è esclusa dai principi che governano la riforma.

Chi vince e chi perde con la nuova riforma?

A vincere sarà sempre Google perché qualunque accordo prenderà con gli editori avrà comunque Google Search, motore di ricerca generalista ma ormai da anni strutturato sull’intelligenza artificiale. Ovvero, non solo algoritmi ma un funzionamento simile alla rete neurale del cervello umano. Questo significa che Google offrirà contenuti sempre più in linea con le nostre preferenze e sessioni di ricerca, ci seguirà nelle nostre peregrinazioni proponendoci argomenti in linea con ciò che (secondo lui) ci interessa.

Un assaggio di informazione libera o autarchia del mezzo?

La votazione definitiva della Riforma sul diritto d’autore nell’Unione Europea, è prevista per gennaio 2019. Nel frattempo, l’impressione è che si tratti di un guazzabuglio vero e proprio; infatti, se da un lato Google e le altre piattaforme digitali come Facebook sostengono di fare abbondantemente già gli interessi degli editori online, facendo rimbalzare sulla loro piattaforma milioni di utenti, dall’altro, applicata la legge, potremmo trovarci davanti a due scenari predominanti: meno accesso all’informazione di qualità oppure una sempre maggiore chiusura nelle torri d’avorio Facebook o Twitter. Ai posteri l’ardua sentenza.


Pubblicato in: Content Marketing, Web Design il 22/10/2018

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